SEMPRE PIÙ TSUNAMI DEMOCRATICI IN FUTURO SENZA RISPOSTE ALLE GRAVI DOMANDE DEL PRESENTE. A COMINCIARE DALLA CALIFORNIA.

La vittoria di Trump ha alla base gli stessi meccanismi e problematiche che portarono alla vittoria Obama, ma finora nessuno ha trovato le soluzioni alle importanti questioni in agenda

obama-trumpGli tsunami democratici della Brexit prima e dell’elezione di Donald Trump quale 45° Presidente degli Stati Uniti d’America aprono il dibattito e l’analisi su cosa sia cambiato in occidente negli ultimi mesi tanto da sconvolgere i modelli politici esistenti, le analisi statistiche, le ricette e le abitudini di tutte le classi dirigenti al di qua del sottile confine tra Russia, Asia, Europa e America.

Gli effetti della mobilità sociale globale hanno avuto infatti diversi sconfitti e alienati dal circolo economico-produttivo che oggi hanno assunto dimensioni numericamente talmente rilevanti da vincere le elezioni.

Certo, può far sorridere che a incarnare il simbolo dell’antiglobalizzazione possa essere un miliardario eccentrico, ma il suo merito, tra gli altri, è di aver saputo incarnare perfettamente l’agenda politica che ha riscaldato il cuore delle masse alienate moderne e, ancor di più, ha saputo guadagnarsi la loro fiducia e instaurare una linea di comunicazione diretta, anche con un uso intelligente dei social media e in particolare di twitter, protetta dalle influenze mediatiche esterne, che invece per mesi lo hanno dipinto in modo ultra negativo, facendo involontariamente il suo gioco.

Il risveglio per molti ieri è stato duro, come ogni shock che si rispetti sa essere.

Al di là di chi ha vinto in America, Donald Trump, e di chi ha perso, Hillary Clinton, restano ancora da risolvere i problemi che hanno portato a una “ribellione” democratica così forte e così estesa, se pensiamo che l’onda lunga dei partiti anti-sistema è ben lontana dall’essersi smorzata, pensiamo solo a Germania e Italia, per fermarci all’Europa.

Ciò vale a maggior ragione se si pensa che alcuni dei problemi oggi in agenda, in particolare quelli economici, sono gli stessi che a suo tempo avevano permesso a Barack Obama di vincere contro tutti gli avversari di allora. Tra i quali, ricordiamolo, nelle primarie democratiche del 2007-2008 c’era ancora la stessa Hillary Clinton, che a quanto sembra non pare aver imparato la lezione.

A suo tempo Obama seppe vincere con molte analogie rispetto a quanto oggi ha saputo fare Trump. In economia seppe interpretare le esigenze di una classe media allora colpita in pieno dalla crisi finanziaria più grave dai tempi della Grande Crisi del 1929. Mediaticamente fu il primo politico della storia a saper utilizzare sapientemente i social media, in quel caso Facebook. Infine seppe interpretare il mantra del cambiamento, come oggi ha saputo fare Trump.

Ci sentiamo allora di commentare anticipando fin d’ora alcuni problemi non affrontati nell’agenda Obama e che se non saranno affrontati nell’agenda Trump porteranno tra qualche anno a dei deja vu non simpatici.

Vi sono infatti alcuni fattori che non possono tecnicamente essere tolti dal tavolo e le cui conseguenze ancora oggi non trovano una risposta soddisfacente da parte di nessuno.

Ci riferiamo per prima cosa al progresso tecnologico, che ha avuto, sta avendo e a nostro avviso avrà ancor più nel futuro un impatto epocale nel mondo del lavoro.

Chi non sa adeguarsi oggi alle regole della competizione tecnologica avrà sempre meno voce anche in futuro. Non c’è legge, non c’è protezionismo, non c’è leader politico che possa cancellare tale fattore. E il motivo è semplice. Se infatti per un attimo svestiamo i panni di chi lavora e indossiamo quelli del consumatore, si comprende come la portata trasversale della tecnologia sia travolgente: in quanti infatti possono pensare di rinunciare ai propri smartphone, a internet, al commercio elettronico, limitandoci alla sola comunicazione e senza pensare a tutto ciò che il progresso tecnologico comporta in ogni settore industriale? È chiaro quindi che le aziende che offrono prodotti e servizi che restano tecnologicamente indietro escono dal mercato e con esse le masse di lavoratori che vi erano impiegate: ecco che nascono il fenomeno della crisi economica in Finlandia a causa della morte competitiva della Nokia, che fino a dieci anni fa presidiava più o meno il 35% del mercato e oggi di fatto è in declino inesorabile.

Questo è un fenomeno che non conosce confini e un domani potrebbe benissimo toccare alcune aziende over the top come Apple, Google, o Facebook e che domani potrebbero sparire in pochi mesi, o anni, a vantaggio magari di qualche nuova superazienda cinese, tedesca, o di Singapore.

Chi pensa di fermare la conoscenza è sconfitto in partenza.

Più che altro allora la vera sfida è riuscire ad avere una ricaduta utile dei vantaggi che derivano dal progresso economico anche per le persone che vengono sempre più rapidamente emarginate dal ciclo economico-produttivo. Come reinserirli velocemente nella società in modo virtuoso e non assistenzialistico? Questa è la sfida del presente che nel prossimo futuro deve essere vinta.

Andiamo poi all’aspetto economico, o meglio del commercio e della produzione internazionale, ovvero la tanta odiata globalizzazione.

Alcune teorie vorrebbero difendersi da tale fenomeno attraverso politiche di dazi doganali, o di chiusura parziale di mercati dall’importazione di prodotti esteri. Anche tale fattore pare di difficile attuazione, in quanto, per restare all’esempio americano, come potranno difendersi gli USA dall’importazione di iPhone, oppure di jeans Levi’s prodotti parzialmente in Cina, o al di fuori degli Stati Uniti? Obbligandoli a portare la produzione all’interno del proprio stato, come in campagna elettorale Trump ha promesso di far fare alla Apple? Ma allora in tal caso i prodotti aumenteranno di prezzo, a vantaggio di prodotti concorrenti commercializzati nel resto del mondo. E si arriverà ad un certo punto che essi diventeranno concorrenziali anche con i dazi. A quel punto la sconfitta sarà doppia per gli USA: da un lato perderanno le aziende leader, che diventeranno cinesi, o magari di nuovo finlandesi, dall’altro perderanno i consumatori che perderanno potere d’acquisto a fronte di altri consumatori in altre parti del mondo. In ultima analisi perderà ovviamente anche il governo, che non potrà più ambire ad avere entrate fiscali dalle aziende che avranno perso vantaggio competitivo.

cal1Sempre in ambito di commercio internazionale, un’altra promessa elettorale di Trump prevede fino all’uscita dai trattati commerciali internazionali, a cominciare dal Nafta con Canada e Messico e quindi TTP con i Paesi di Asia e Pacifico e il TTIP con l’Unione Europea. È evidente che se così avvenisse, da un lato si darebbe forza a chi oggi si pone sul proscenio mondiale con l’ambizione di creare nuove rotte commerciali e partnership, come ad esempio la Cina che sta dando forma e sostanza ad un nuovo Piano Marshall con la creazione delle nuove Vie della Seta, che si rafforzerebbero anche in virtù della minore libertà commerciale internazionale degli USA, dall’altro si darebbe forza a chi già oggi comincia a pensare, ad esempio, alla Repubblica della California, che sarebbe la sesta potenza mondiale in quanto a pil e che potrebbe beneficiare dell’indipendenza anche in termini di commercio internazionale, non solo ovviamente nella tecnologia grazie alla Silicon Valley, ma anche persino nel settore primario dell’agricoltura, considerando il fatto che è il primo produttore negli USA e che beneficerebbe enormemente nelle esportazioni in tutto il mondo. Inoltre potrebbe anche risparmiare addirittura 16 miliardi di dollari all’anno in termini di drenaggio fiscale verso altri Stati dell’Unione. Che, tra le altre cose, è meno di quanto oggi il Veneto, che pure ha solo il 12,88% della popolazione californiana, si vede oggi sottratto dal vorace stato italiano.

cal2Su tale aspetto è chiaro allora che la sfida è un’altra: come riuscire a compensare gli effetti positivi di un ciclo economico accelerato in un’area geografica con gli effetti di veloce desertificazione produttiva in altre aree (ad esempio la Finlandia, oppure Detroit)? Anche in tal caso la mancata risposta porterà alla sempre più frequente richiesta di indipendenza delle aree “derubate” delle proprie risorse fiscali per inefficaci politiche di assistenzialismo.

Senza una veloce risposta a queste cruciali domande di sviluppo umano, gli tsunami “democratici” in futuro saranno sempre più violenti ed imprevedibili.

Per quanto ci riguarda, noi abbiamo le nostre idee e ricette e ben presto le sveleremo.

Veneto Sì / Plebiscito.eu

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